Salute: un abito rosso per il cuore delle donne…il “Wear Red Day”

Un abito rosso per il cuore delle donne. Il 2 febbraio si celebra il ‘National Wear Red Day‘, la Giornata promossa dall’American Heard Association per sensibilizzare la popolazione sul rischio cardiovascolare al femminile. “Go red for women and ove your heart” è lo slogan dell’iniziativa, che invita tutte le donne a indossare simbolicamente qualcosa di rosso. “Siete diverse, prendetevi a cuore e non dimenticatevi la mente“, è l’appello del Centro cardiologico Monzino, primo in Italia a dotarsi di una struttura come il Monzino Women, interamente dedicata all’altra metà del cielo.
“Le donne sono diverse, anche di fronte alla malattia cardiovascolare – avvertono gli specialisti dell’Irccs del cuore – A partire dalla consapevolezza dei propri fattori di rischio, differenti da quelli maschili, fino alla terapia alla quale arrivano in ritardo perché sottovalutano i primi segnali di malattia“. Parlano i numeri: il 38% delle donne che ha avuto un infarto muore entro un anno, rispetto al 25% degli uomini; il 35% delle donne con infarto ne avrà un altro entro un anno, contro il 18% degli uomini. “Eppure, come dimostrano anche studi recentissimi – ricordano gli esperti – in presenza di terapia appropriata, la cura nella donna può essere efficace tanto quanto nell’uomo“.
“Abituate a sopportare il dolore e più propense a prestare attenzione agli altri (mariti, figli, familiari), piuttosto che a loro stesse – analizza Elena Tremoli, direttore scientifico del Monzino – le donne troppo spesso non prestano importanza alle prime avvisaglie di un problema cardiovascolare e si presentano dal cardiologo tardi, quando la malattia è già avanzata e quindi più difficile da trattare“. Non solo. “Osserviamo che, anche dopo un evento cardiovascolare, le donne tendono a non dare importanza alle terapie, mettendo più a rischio la propria salute e favorendo il ripresentarsi della malattia“. Fra le cause del ‘gap’ c’è “una mancanza di consapevolezza. Sette donne su 10 – riferiscono dal Centro meneghino – ritiene l’infarto un problema per lo più maschile, trascurando prevenzione e diagnosi precoce. Ma le malattie cardiovascolari sono la prima causa di mortalità e malattia nelle donne over 50. Per questo la donna ha bisogno di un’attenzione più speciale, a partire dalla prevenzione“.
“Ancora troppo poche sanno che, oltre ai fattori di rischio comuni a tutta la popolazione (familiarità, fumo, ipercolesterelomia, ipertensione, sovrappeso, diabete, solo per citarne alcuni), le donna ne ha di specifici – ammonisce Daniela Trabattoni, responsabile di Monzino Women – Per esempio certe problematiche ginecologiche, i trattamenti per il tumore del seno e alcuni aspetti psicosociali possono aumentare in modo significativo il rischio cardiovascolare“. Ancora: “Diversi studi evidenziano che stress, ansia, depressione sono un pericolo maggiore per le donne rispetto agli uomini – proseguono dall’Irccs di via Parea – I vasi periferici femminili, in condizioni di stress prolungato, invece di dilatarsi e consentire un maggiore afflusso di sangue al cuore si restringono ostacolando il flusso sanguigno, e ciò si traduce in un maggiore rischio di ischemia e infarto“.
Le donne devono essere dunque sensibilizzate e accompagnate in un percorso specifico di prevenzione, diagnosi precoce e cura delle malattie cardiovascolari. “Per questo – continua Trabattoni – più di un anno fa abbiamo avviato Monzino Women, un centro che offre concretamente questo percorso affiancandolo a un’attività di ricerca scientifica. I dati preliminari delle prime 100 donne visitate al Monzino Women, tutte senza sintomi né precedenti eventi cardiovascolari, confermano un quadro che richiede tutta la nostra attenzione: il 30% presenta fattori di rischio elevato, soprattutto ipertensione e ipercolesterolemia, e abbiamo rivelato una presenza così significativa di ansia, depressione e stress che abbiamo deciso di indagare ulteriormente i fattori di rischio psicosociale anche attraverso una ricerca ad hoc“.
“Ma abbiamo bisogno del supporto di tutta la società civile e della comunità medica – conclude Tremoli – perché il problema è anche culturale: se da un lato nelle pratiche cliniche attuali si dovrebbe prestare più attenzione anche agli aspetti psicosociali, dall’altro anche le donne devono sapere che mente e cuore sono più collegati di quanto si possa immaginare e il loro benessere strettamente connesso“.

 

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